Silvia Levenson, Vetro, lo spazio indicibile della memoria

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C’è un conflitto nell’essenza del vetro, tra la sua forma e la sua trasparenza, tra ciò che si vede e ciò che si intuisce. Silvia Levenson dà forma al vetro e lo usa come una lente di ingrandimento per osservare da vicino un altro conflitto, quello che si consuma nelle famiglie e nella società. Una fragilità in equilibrio tra la violenza della storia e la libertà del futuro.

“Sono nata a Buenos Aires nel 1957. Ho fatto parte di una generazione che ha lottato per cambiare una società che ci sembrava terribilmente ingiusta. Nel 1976, quando i militari presero il potere, io avevo diciannove anni e nell’agosto di quell’anno nacque mia figlia Natalia. Lei ha la stessa età di quei giovani ai quali i militari hanno rubato l’identità biologica. Con una crudeltà inaudita, le prigioniere incinte venivano assassinate soltanto dopo aver partorito, mentre i neonati erano dati illegalmente in adozione. Ciò che è successo fra il 1976 e il 1983 ha cambiato la mia vita e influenzato il mio lavoro artistico. Una parte importante del mio lavoro consiste nel rivelare o rendere visibile ciò che normalmente è nascosto o non si può vedere, e uso il vetro per rappresentare questa metafora. Da sempre usiamo il vetro per conservare alimenti e bevande, io uso il vetro per preservare la memoria di persone e oggetti per le generazioni future.”

A ventitre anni, Silvia Levenson lascia l’Argentina insieme al suo compagno e ai figli Natalia ed Emiliano per trasferirsi in Italia. La dolorosa rielaborazione dell’esperienza vissuta diventa una mostra nel 2014. Identidad desaparecida, omaggio ai bambini rapiti e dati in adozione illegale, è stata portata a Buenos Aires, La Plata, Montevideo, Washington, Barcellona, Parigi, Riga, Tallinn e Venezia.

“A Buenos Aires la mostra è stata esposta alla Casa de las Abuelas, all’interno del più grande centro di detenzione illegale della regione, l’ex Esma, un luogo dove numerose detenute avevano partorito. Per me è stata un’esperienza molto forte, lì è stata tenuta prigioniera anche mia zia Elsa Rabinovich de Levenson prima di essere gettata nel fiume da un elicottero. La mostra continua a viaggiare e io continuo ad aggiungere vestitini di vetro. Quando ho iniziato a produrre le opere, i casi risolti dalle Abuelas de Plaza de Mayo erano 109; oggi sono 119.”

Natalia Saurin, figlia di Silvia, è ora un’affermata fotografa. Insieme hanno realizzato l’installazione Il luogo più pericoloso, novantaquattro piatti decorati con frasi utilizzate per giustificare e minimizzare la violenza contro le donne. Secondo un rapporto delle Nazione Unite del 2018, il luogo più pericoloso per le donne è la propria casa. Due terzi delle donne assassinate nel mondo muoiono per mano dei propri compagni o di membri della propria famiglia.

I lavori di Silvia Levenson fanno parte di diverse collezioni pubbliche e private tra cui il Corning Museum of Glass, il New Mexico Museum of Art di Santa Fe, lo Houston Fine Art Museum, il Toledo Museum of Art, l’Alexander Tutsek-Stiftung di Monaco, il MUDAC di Losanna, il Museo del Castello Sforzesco di Milano e la Fondazione Banca San Gottardo.

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Pamela Campaner
Pamela Campaner
Pamela Campaner has over twenty years of experience in marketing communication, public relations and lobby. She graduated with a Master’s degree in Philosophy with an interdisciplinary thesis in Physics. She is credited with repeated success guiding sizeable communications, marketing, branding and public relations ventures for private companies and business associations. Realizing the central role of image and communication and, because of her personal and particular interest in them, Pamela is co-fouder of an art gallery specialised in photography. As project manager she’s leader of creative teams working on such a project like Milano Gallery Weekend.

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