Giacomo Balla, ricostruzione futurista dell’universo

Dal 12 ottobre la Galleria Bottegantica dedica una retrospettiva a Giacomo Balla, in concomitanza dei sessant’anni dalla scomparsa; la mostra Giacomo Balla, ricostruzione futurista dell’universo presenta trenta opere dell’artista.

La mostra si apre con la sezione che propone alcuni lavori progettuali e una selezione di dipinti, realizzati tra il 1912 e il 1930, tra cui spiccano il Ritratto di Laura Marcucci a un anno, Sala da pranzo, Compenetrazione foglie + cielo + luce, il bozzetto di Sorge l’idea, e si completa con quella dedicata alle arti applicate. Qui s’incontrano complementi di arredo, come paraventi, disegni per opere di design, come piatti, tappeti, cuscini, creati dopo la pubblicazione del Manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo del 1915.

Uno dei tanti meriti di Giacomo Balla è stato quello di aver liberato e rinnovato il concetto di avanguardia, allargandolo oltre il confine dell’opera pittorica o scultorea, giungendo alla fine a creare un linguaggio radicalmente originale e innovativo. Tra i futuristi solo lui infatti è riuscito, per primo, a creare compiutamente questa saldatura pensando di espandere il concetto estetico dal quadro al vestito, all’arredamento, al design, al teatro, al cinema, all’architettura, in un’idea di “arte totale“.

Dopo la sua adesione al Futurismo nel 1910, Giacomo Balla attraversa un periodo di lunga e introversa sperimentazione dei nuovi stilemi e contenuti avanguardisti. Nel 1913 egli giunge ad una matura ed originalissima versione del Futurismo, con l’elaborazione dei cicli delle Compenetrazioni iridescenti e soprattutto delle Velocità astratte, che lo consacrano come una delle voci più autonome e originali del movimento. Successivamente, verso il 1915, Giacomo Balla sviluppa un linguaggio sempre più autonomo nell’ambito del Futurismo, abbandonando anche la pennellata scomposta (ancora di matrice divisionista) che costituiva l’ultimo legame con quel “complementarismo congenito” enunciato nel Manifesto tecnico della pittura futurista (1910): un segno che da pennellata a tâche (come nelle opere del 1910 – inizio 1913) diviene filamentoso ed estremamente innervato, persino tagliente nell’enfasi dinamica.

L’adozione innovativa anche di smalti industriali, o di inchiostri lucidi acquerellati, oltre alle tecniche più classiche (olio o tempera), non solo esprime una tensione verso la modernità anche dei materiali, ma conferisce ai dipinti di quel momento una brillantezza cromatica inusitata, realizzando campiture uniformi e sintetiche di colore, forme compenetrate e taglienti di velocità. Opere di quell’anno 1915 sono anche i “complessi plastici” (purtroppo perduti), strutture pure e “antiatmosferiche”, combinazioni di elementi tridimensionali (specchi, fili, cartoni, stagnole) che sublimano il concetto di scultura polimaterica di Boccioni svincolandolo dal riferimento fisico e iconografico, svolgendo in senso puramente astrattivo e ritmico il dinamismo; così come la serie straordinaria dei dipinti “interventisti” (1915) è caratterizzata da colori puri e smaltati, da forme sinuose e geometrizzanti, senza più riscontri con forme naturali. “Astrattista futurista” si definisce infatti Giacomo Balla, nel Manifesto della ricostruzione futurista dell’universo, firmato assieme a Depero all’inizio del 1915.

La mostra si tiene presso la Galleria Bottegantica (via A. Manzoni 45, Milano) dal 12 ottobre al 2 dicembre 2018.

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