L’Italia “non è un Paese per anziani”

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Silvia Turzio dopo la Laurea in Economia e Commercio acquisisce una ventennale esperienza in Business Strategy e Marketing Management in aziende assicurative.

Il ruolo successivo di direttore Marketing e Sviluppo in azienda non profit leader italiana in campo socio-assistenziale, le suggerisce una nuova via che Silvia intraprende nel 2015  fondando VillageCare insieme a 2 soci, ad oggi sono 35 gli shareholders.

VillageCare é una Start-up Innovativa a vocazione sociale, primo portale nazionale di orientamento, consulenza e ricerca di soluzioni, dedicato alle famiglie che assistono genitori anziani e fragili.

Vincitrice del premio come migliore Start-Up dell’anno 2015 a Milano, Comune di Milano, Impact Hub, Bando FabriQ, Village Care conta 25.000 visitatori unici al mese sul proprio portale e oltre 8.000 famiglie gestite.

village care

Abbiamo chiesto a Silvia cos’é e come funziona VillageCare

VillageCare nasce da un progetto realizzato in laboratorio.

Abbiamo provato a mettere su carta la nostra idea e abbiamo chiesto conferma della nostra intuizione a interlocutori qualificati. Ci siamo messi alla prova e abbiamo visto interesse sia dal versante delle famiglie che degli investitori.

A quel punto abbiamo investito i nostri risparmi nell’azienda per dare vita alla prima piattaforma tecnologica in questo settore.

Mi piace pensare a VillageCare come ad una bussola digitale per orientare le famiglie con anziani fragili. Il nostro portale fornisce in modo totalmente gratuito informazioni, tutorial per i figli e familiari coinvolti nella cura dell’anziano. Inoltre vi é la possibilità di accedere ad un modello di consulenza per chi si trovi in difficoltà. Se é vero che siamo abituati a rivolgersi a consulenti che ci forniscano soluzioni e consigli per affrontare momenti particolari della nostra vita, allo stesso modo -ci siamo detti- perché non creare un modello di consulenza per questo specifico momento?

Fondamentale é stato poi il lavoro svolto per creare una rete di partner assistenziali, e da 2 anni infine abbiamo aperto un terzo binario: portiamo questo servizio nei sistemi di welfare delle imprese, nelle piattaforme assicurative e per la sanità pubblica e privata.

Cosa ti ha convinto ad investire in questo settore?

Tutta l’esperienza acquisita sin qui é stata fondamentale a cominciare da quella assicurativa bancaria, che mi ha insegnato a studiare i fenomeni del futuro. Il nostro compito allora era ipotizzare come i paesi occidentali potessero reggere a fronte di una situazione di welfare, sociale e delle relazioni così carente. Il lavoro con la onlus mi ha aperto gli occhi sul bisogno delle famiglie, sulla fame di informazioni. Ho capito sul campo quanto sia grande il potenziale.

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Dobbiamo tenere presente che, accanto alla popolazione che invecchia, ci sono le famiglie, stiamo parlando di una popolazione di 20 milioni di persone, potenzialmente interessate al nostro progetto.

La cura degli anziani é spesso affidata alle donne di famiglia, anche nella vostra start up il team é al femminile, é un caso?

La cura degli anziani al momento in Italia é affidata alle donne nell’80% dei casi. Anche nella nostra società tutte le socie operative hanno la gestione di fragilità familiari. E’ un nostro tratto distintivo e ci dà credibilità.

Il dato demografico, tuttavia, ci dice che ci saranno molti più single in futuro, ciò comporterà che anche l’uomo si troverà a doversi interfacciare con questi scenari. C’é una tendenza in ambienti internazionali a spostare anche sull’uomo le attenzioni e la cura verso gli anziani.

Le richieste più frequenti alle quali date risposta?

Direi che c’é un prima della pandemia e un dopo/durante la pandemia.

Prima  prevalevano senz’altro gli aiuti operativi, adesso nel 50% dei casi ci viene richiesta la consulenza. Durante la pandemia la donna ha perso gli aiuti che aveva. In un 30% dei casi sono venuti a mancare gli assistenti domiciliari. Ci troviamo di fronte ad un gran lavoro di ristoro da fare. C’é un gran bisogno di sostegno psicologico, c’é una gran fame di ascolto, poi certo ti accompagno nelle scelte, ti aiuto a ottimizzare le scelte di budget nelle case.

Un primo bilancio a 5 anni dall’inizio di questa avventura.

I primi anni di un progetto come il nostro sono di test e progettazione; devi studiare a fondo i comportamenti e raccogliere dati.

Dopo 5 anni abbiamo stilato una nostra analisi della situazione, abbiamo capito che al centro dell’iniziativa non ci sono solo le famiglie, ma anche gli acceleratori, le aziende. Per noi questo é stato un dato di consapevolezza importante.

L’altro risultato  importante é avere acquisito il mindset tipico della start up. Ottimizzare i risultati con poche risorse. E’ una conquista notevolissima, una bella soddisfazione.

Quando nel 2015 ho iniziato questa avventura avevo tutti gli strumenti, ma mi mancava lo spirito imprenditoriale. Oggi ho acquisito questa capacità.

Ci sono state e ci sono anche delle difficoltà, la piu’ grande è quella relativa al capitale umano.

Io ho competenze e capacità professionali, ma non ho la capacità economica per svilupparlo.

Poi naturalmente c’é l’ansia da cash flow. Se ti inventi un mestiere nuovo devi inventarti anche il modo per attirare i capitali. Non avendo ancora reputazione e storicità devi far leva su altre cose: la credibilità e gli scenari solidi.

La longevità rappresenta sicuramente un segno positivo per la nostra società perché significa vita migliore e più lunga, ma, allo stesso tempo, presenta sfide e opportunità che bisogna comprendere appieno e cogliere in maniera proficua. Che consiglio daresti ad un investitore nel tuo settore?

Sicuramente direi di considerare una visione di lungo periodo. Non possiamo disperdere altre energia, dobbiamo concentrarci sui fondamentali: ambiente, welfare, salute. A questi ambiti dovrebbero arrivare più risorse di altri. Purtroppo ad oggi vediamo sul mercato investitori più attenti alla speculazione di breve periodo.

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Ci siamo trovati a competere con start up che portavano il cibo a casa! Importante in questo periodo certo, ma in che modo questa start up ha migliorato il benessere della società a medio e lungo periodo? Questa deve essere la visione, una pianificazione a 30 e 40 anni.

Quale é la tua visione?

Per il trend che vediamo, le persone che oggi hanno 60 e 70 anni arriveranno alla senilità  in altro modo. La tecnologia ci potrà aiutare. Nei prossimi 15 anni la tecnologia intelligente ci darà un grande supporto. C’é già tutto, ma va applicato. Ci sono aziende tecnologiche che stanno investendo in modo impressionante. E’ un mercato ancora nascosto, ma attivo. La domotica ci aiuterà a vivere meglio riducendo i costi, il personale ci sarà, ma specializzato. Non avremo più bisogno di una presenza costante, ma di un terapista occupazionale che ci intratterrà. La casa dovrà essere il nostro rifugio ideale, solo per necessità si farà riferimento a case della salute, studi associati di medicina generale con funzioni diagnostiche e servizio infermieristico funzionanti 12 ore al giorno.

Anche la residenzialità fuori casa deve necessariamente cambiare. Dovremo avere delle residenze con servizi condivisi, un cohousing, oppure situazioni di mezzo. Io sono solo e  decido di associarmi ad altri in una sorta di Social housing come in nord Europa avviene già. Purtroppo ad oggi l’Italia è ancora ben distante dal concepire, anche solo a livello di sviluppo immobiliare, modelli come quelli nordici o giapponesi che prevedono la costruzione di residence socializzati e confortevoli per sentirsi a casa, ciascuno con un proprio appartamentino, concepiti per una persona anziana alla quale viene inoltre fornita  assistenza sanitaria regolare o su richiesta. La strada é quella.

Con che risorse?

Ancora oggi in Italia a fronte di una spesa globale di 200 miliardi in Sanità solo il 10% va in assistenza agli anziani.

Io credo che la soluzione sia una connessione delle assicurazioni in chiave sociale, un accordo tra governo/regioni da un lato e assicurazioni private dall’altro.

Una soluzione mista per coprire la semi o non autosufficienza. Si parla tanto di Long Term Care una soluzione ottima che offre solidarietà intergenerazionale e contenimento dei costi.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Secondo un detto africano, per crescere un bambino ci vuole un villaggio.

Ecco allora per vivere con serenità la terza e quarta età l’anziano ha bisogno di una città, di un mondo che lo sostenga nelle sue fragilità.

In Italia esiste un grosso problema di comunicazione. Si parla tanto, a volte troppo, di tutto; si parla di tumori, di bullismo, di violenza, ma non di cura degli anziani. Esiste ancora un tabù, soprattutto nei casi di fragilità neurodegenerative (demenze, Alzheimer).

Crediamo di dover risolvere in autonomia la gestione dei nostri familiari anziani con fragilità e non abbiamo facilità a parlarne, tendiamo a non chiedere aiuto. In realtà non siamo pronti ad essere genitori dei nostri genitori e non abbiamo gli strumenti per farlo.

La prima sfida, quindi é quella di continuare a crescere nell’aiuto alle famiglie, si tratta di una sfida sociale oltre che economica. A volte mettendo a sistema le soluzioni trovate da una famiglia si aiutano altre famiglie. Il lavoro di ascolto é fondamentale.

La seconda, sicuramente  cercare connessioni con il mondo assicurativo e finanziario.

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Maria Mele
Maria Mele
After 39 years working in Sales and Communication for one of the most prominent Insurance Group worldwide, I presently dedicate my time to what I like best: fine arts and literature, passionately looking for the beauty that surrounds me.

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