Pensare, ridere, sognare profondità e leggerezza nel lavoro di Lucia Scuderi

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Era un pomeriggio di inizio estate e mi aveva accolto sotto l’ombra profumata di una pianta di limone, di fronte al mare della sua Sicilia nel quale il sole lentamente  cominciava a discendere. Complice il profumo degli agrumi, la leggera ebbrezza indotta dal gin tonic che sorseggiavamo e la dolcezza rassicurante del suo sorriso ho passato lunghe ore ad ascoltare Lucia raccontare della sua passione, della sua arte, del suo lavoro.

Oggi voglio condividere con voi, almeno in parte, quell’atmosfera e quella poesia attraverso le parole dell’intervista che Lucia Scuderi mi ha recentemente rilasciato

Lucia Scuderi

Lucia quando nasce la tua passione per le immagini?

La passione per l’immagine è nata insieme a me. Tutte le tappe della mia vita sono state  segnate dal rapporto con le immagini, a cominciare dai primi libri, alle prime enciclopedie che sfogliavo e risfogliavo per cercare delle “figure” da copiare.

Forse inizialmente si trattava solo di imitazione di mia madre, che ha sempre disegnato e dipinto ad olio prima ed ad acrilico poi, fino agli ultimi anni della sua vita ed era bravissima, con tanto di formazione accademica, che io, purtroppo, non ho.

In realtà riesco a risponderti con tanta sicurezza solo oggi  guardando a ritroso nel tempo. Solo oggi mi appare chiaro come sin da piccola io abbia coltivato questa passione. Quando ho iniziato quasi 30 anni fa non avevo affatto questa sicurezza.

Posidonia.Mare. Rizzoli

Mi pare di capire che non hai una formazione artistica accademica.

Assolutamente no. La mia formazione parte da un liceo linguistico, passa da una laurea in lettere moderne e arriva ad una specializzazione in storia dell’arte cominciata e mai finita. In arte come dicevo sono autodidatta.

Intorno ai 30 anni un grande bellissimo evento mi ha portato a riflettere. Ero già moglie, insegnavo italiano e storia in un liceo e stavo per diventare gioiosamente, ma in modo del tutto inaspettato, madre.

Solo a quel punto ho capito che stavo percorrendo una strada non completamente mia nella quale mi ero trovata mio malgrado. Non volevo gravare la bimba che aspettavo del peso di una madre insoddisfatta del proprio percorso professionale, soprattutto non volevo mettere a carico di mio figlio il peso della mia rinuncia a realizzarmi.

Questo pensiero mi ha dato la forza di mettermi in gioco fino in fondo e fare diventare la mia passione per il disegno e l’arte la mia professione.

Se devo identificare un momento nel quale questa scelta mi si è resa palese penso a un viaggio a Bologna alla Fiera Internazionale del Libro per ragazzi, dove ho scoperto e mi sono innamorata di quell’oggetto speciale che è l’albo illustrato. Il libro per bambini è per me un luogo, uno spazio magico dove tutto può succedere, dove il linguaggio iconico e quello verbale convivono, potenziandosi vicendevolmente.

Atlante vegetale.Disseminare frammenti.

Come nascono i tuoi libri?

La molla importante è il desiderio di condivisione. Ogni libro ha la sua storia, diversa e unica, ma in comune c’è sicuramente la voglia di condividere un pensiero, un‘emozione, qualcosa che ho capito, che per me è importante che arrivi ai lettori, grandi o piccoli che siano.

Questo sia nel caso in cui io sia anche l’autrice dei testi, che in quello nel quale sia l’editore a propormi un testo da illustrare.

In questa seconda ipotesi, cerco di leggere tra le righe del testo, per fare una narrazione non didascalica, ma che interpreti il testo in modo libero e personale.

Mi piace pensare che se l’immagine è un modo di percepire la realtà, l’illustrazione è il racconto di un modo di percepire la realtà che apre lo sguardo a nuove narrazioni. Così io con le mie immagini, illustrazioni e non solo, racconto il mio modo di percepire la realtà che spero apra nello sguardo del “fruitore” nuove narrazioni dentro e fuori di sé.

Naturalmente i libri per i quali invece ho curato testi e illustrazioni sono figli miei, ai quali sono legatissima, da ogni occasione di lavoro, tuttavia, ho tratto arricchimenti profondi.

G,Bufalino favola del castello senza tempoBompianiCome si lavora ad un libro?

Di solito io lavoro da sola, non voglio mai parlare troppo all’autore del testo, perché voglio riuscire a raccontare anche ciò che non è evidente. A valle del lavoro ci confrontiamo naturalmente. A volte è persino capitato che io abbia creato immagini che hanno ispirato dei testi e non viceversa.

La solitudine nel mio lavoro mi piace, mi affascina molto, anche se a volte può diventare un limite, una pesantezza, ma quando dipingo io entro in uno stato di meditazione nel quale  trovo equilibrio. Quando lavoro entro in un universo per percepire il quale attivo tutti i miei sensi e non c’è posto per nient’altro.

Naturalmente un libro è sempre il frutto del lavoro di tanti attori, ma ognuno deve fare il proprio lavoro in modo indipendente, secondo me.CapodoglioPerché utilizzi proprio l’acquerello per le tue realizzazioni?

La tecnica è per me molto importante, è uno strumento che devi conoscere bene per usarlo e non farti usare da esso. Io ho faticato molto per imparare la tecnica perché, come dicevo, non ho fatto nessuna scuola d’arte, e ancora oggi ho quasi un senso di inferiorità nei confronti di chi ha studiato. Ho cercato di compensare questa mancanza con molto esercizio, molto lavoro e poi, quando ho ristretto il campo all’illustrazione, con stages e workshop con grandi maestri che ammiravo molto come Emanuele Luzzati, Kveta Pacovska.

Il mio inizio tuttavia non è con l’acquerello, ma con i pastelli a olio e i pastelli a cera. Mi sentivo molto a mio agio con questi strumenti molto materici perché riuscivo a controllare bene tutto il processo. E’ stato il grande pittore ed illustratore ceco Stepan Zavrel che mi ha iniziato all’acquerello… anche se devo dire che non è stato un amore a prima vista.

Così come per la mia formazione umanistica, che ho recuperato nelle narrazione dei miei testi, anche questo percorso con l’acquerello mi si è rivelato prezioso a distanza di tempo. Stavo lavorando ad un libro sull’acqua del mare e ho capito che dovevo abbracciare una tecnica nuova  per esprimere tutta la leggerezza, la trasparenza, la profondità del mare.

Ho ripreso in mano gli acquerelli, e piano piano sono risalita a galla dalle profondità di una tecnica nota e perfettamente sotto controllo verso la leggerezza e l’accettazione di una tecnica che prevede, in parte, l’abbandono del controllo. Ho cercato, pian piano, di trovare un modo di usare gli acquerelli, che potesse esprimere in modo autentico e sincero il mio sentire. Il mio utilizzo dell’acquerello è atipico, non canonico.

Io amo moltissimo sperimentare, infatti. Senza il desiderio di sperimentare tutto diventa manierismo, mera ripetizione incapace di comunicare, a mio parere. Nel mio studio ho scritto una frase sul muro “Lo sbilanciamento è una condizione necessaria per andare avanti” non so chi l’abbia scritta e dove io l’abbia letta, ma la condivido profondamente. La tensione che c’è nella ricerca è un’energia che arriva miracolosamente anche a chi guarda il tuo lavoro! Anche per questo mi piace far vedere quello che c’è sotto, il segno, la pennellata, anche l’errore…

Acquarellista, pittrice, illustratrice, grafica, designer, come ti definiresti…

Sai che è una domanda a cui è  difficile dare una risposta? Nella mia mente tutte queste categorie sono sorelle, dita di una stessa mano. La differenza tra l’una e l’altra categoria sta nello scopo, nell’uso, nella fruizione ed è in funzione del “luogo e modo” di fruizione che lavoro e ricerco.

Tuttavia se dovessi scegliere una sola definizione ti direi illustratrice, perché l’illustrazione è comunicazione mentre la pittura è pura espressione di sé. L’aspetto della comunicazione, dell’entrare in relazione con lo sguardo di chi guarda, di sforzarsi di essere comprensibili è ciò che cerco di perseguire sempre nel mio lavoro.

Semi pelosi

Cosa ami di più del tuo lavoro?

La fisicità dell’azione! Mi spiego meglio: dipingere, disegnare è un atto fisico, guardare è un atto fisico e soggettivo, nel senso che non tutti percepiscono le stesse cose. La storia da raccontare è nella selezione del gesto e dello sguardo che tu fai, è questa fisicità che  voglio che emerga dai miei dipinti.

In questo senso io non ho paura dell’incertezza, mi piace l’errore, la sporcizia, come la chiamo io. Perché rende più vivo, più umano il gesto, racconta l’emozione di chi l’ha fatto.

Poi amo da morire i colori. Anche solo le confezioni, i tubetti, le latte  di colore mi fanno  stare bene mi regalano buonumore, leggerezza. Pensare, ridere, sognare, ecco se dovessi riassumere lo scopo che perseguo nel mio lavoro lo riassumerei così. Io voglio arrivare alla profondità, ma con leggerezza!

Recentemente sei uscita dalla dimensione della carta per approdare a supporti diversi, parlaci di questa nuova avventura.

La maggior parte del mio lavoro per più di 20 anni è stato nell’editoria come illustratrice e, a volte come dicevamo, anche come autrice dei testi dei miei libri.

Ad un certo punto però ho sentito l’esigenza di uscire dalle pagine del libro, per vedere le cose da altri punti di vista. Lo scorso anno il lockdown mi ha impedito di organizzare la mostra che avevo in mente. Era tutto pronto anche il titolo “Un giardino può nascere ovunque”, ma ho dovuto rinunciare.

Allora ho cercato rifugio nella Natura, come spesso mi capita. Ho realizzato una piccola serie di quattro stampe: Rifugi. La mia prima volta con la stampa d’arte! Il mio desiderio era quello di fornire supporto agli altri con l’arte in un momento difficile, incoraggiando a far entrare la Natura, le piante nella nostra vita, perché la natura è rifugio, è l’inizio di tutto, è conferma che tutto può ricominciare, è seme che, se custodito, con il tempo, crescerà e ci sorprenderà.

Un’amica, che ha lavorato nel mondo della moda, dopo aver visto le mie stampe ad acquerello, che sono di grandi dimensioni, mi ha suggerito di provare a stamparle su seta, perché la narrazione potesse spostarsi dalle pagine di un libro o da una carta di stampa a un accessorio che indossiamo, che ci regala colore e parla di noi anche… durante una videocall, come purtroppo capita sempre più spesso…

Foulard Il giardino dell'upupa

Nasce così la mia collezione di foulard, un progetto di cui sono entusiasta! Collaboro con un piccolo artigiano comasco che mette in ogni fase della lavorazione della seta la stessa cura che metto io nel mio lavoro. Ho scoperto che la seta è un supporto perfetto per le mie immagini. Regala una luminosità al mio lavoro che non osavo nemmeno sognare! Il mio è un lavoro fortemente decorativo, ma la decorazione per me non è fine a se stessa,  racconta, narra, la mia è una botanica narrata. Il progetto sta prendendo piede i miei foulard sono molto piaciuti e stanno viaggiando molto.

Come spesso accade nel mio mondo, le occasioni nascono in modo anche inaspettato e da luglio ci sarà una bella novità riguardo proprio ai miei foulard… ma non voglio fare anticipazioni, ti aspetto a luglio per raccontarti di cosa si tratta!

La Natura è un tema ricorrente nel tuo lavoro…

La mia famiglia di origine ha potuto crescere e prosperare grazie ai giardini di aranci e limoni che mio padre coltivava, in perfetto stile e tradizione siciliana. Mia madre trattava le piante al pari di componenti della famiglia, parlava con loro! Devo a questo imprinting familiare il posto centrale che la Natura ha nel mio lavoro e nella mia vita.

Lo studio delle teorie di Stefano Mancuso, tra le massime autorità mondiali nel campo della neurobiologia vegetale, e del filosofo Emanuele Coccia hanno poi dato fondamento e humus alla mia naturale inclinazione.

Quattro giardini quattro foulard

E’ ormai accertato che le piante, non solo si nutrono e crescono, ma respirano, comunicano tra loro, reagiscono ai mutamenti dell’ambiente circostante, si muovono e provano persino delle emozioni. E soprattutto, con la loro peculiare complessità, ci propongono modelli innovativi per le nostre relazioni sociali e per i nostri modelli organizzativi.

È solo quando riconosceremo che la vita che ci anima e ci attraversa è la stessa che anima e attraversa un filo d’erba, un’upupa, un cavalluccio marino, una medusa si potrà sperare in una morale ecologica al di là di ogni retorica… Io credo fermamente che la Natura sia la vera proprietaria del pianeta, non l’Uomo. Noi abbiamo bisogno del verde delle piante, della Natura, non viceversa! Abbiamo molto da imparare dalla vita vegetale ecco perché nel mio lavoro utilizzo moltissimo metafore botaniche per parlare del mondo umano.

Qual è il futuro prossimo venturo di Lucia?

Il mio futuro continua ad essere nell’editoria, adoro i libri! I libri per bambini sono un mondo vero, forte e poetico che non voglio abbandonare. Una mia caratteristica è quella di entrare e uscire dalle esperienze senza mai abbandonarle, le lascio sedimentare e  arricchire di nuovi stimoli. Oggi, tuttavia, sono molto coinvolta dal mio nuovo progetto dei foulard. Da quando poi ad una mostra ho scoperto che anche Accornero (che disegnò il celebre foulard Flora di Gucci per la mitica Grace Kelly nel 1966 n.d.r.) è nato come illustratore di libri, mi sono sentita ancor più motivata a proseguire.

Foulard Foresta rosa

Io amo misurarmi con un oggetto d’uso, il libro lo è, i foulard lo sono! Io applico l’arte ad oggetti di uso comune: in ciò sta la ragione ultima del mio lavoro.

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Maria Mele
Maria Mele
After 39 years working in Sales and Communication for one of the most prominent Insurance Group worldwide, I presently dedicate my time to what I like best: fine arts and literature, passionately looking for the beauty that surrounds me.

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