Intervista Stefano Zuffi :  il Valore di una Scelta

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Il 2020 che si é appena concluso ci ha permesso di comprendere una volta per tutte come il nostro  panorama artistico sia un asset economico irrinunciabile per l’Italia.

Abbiamo sperimentato come la paura per gli assembramenti e la necessità di garantire il distanziamento sociale abbia fornito una spinta importante a modalità virtuali per visite artistiche e al recupero del turismo di prossimità in quell’Italia così detta“minore”, ma non per questo  meno bella.

Ma cosa succederà quando finalmente potremo riprendere a godere in piena libertà delle immense possibilità turistiche e  culturali del nostro bel Paese e non solo? Sapremo fare tesoro della severa lezione impartita da questi mesi bui?

Lo abbiamo chiesto a Stefano Zuffi, storico dell’arte, curatore di mostre e scrittore.

Stefano Zuffi

Quando potremo ricominciare a muoverci, tutti avremo voglia di riappropriarci della nostra vita. Sarà importantissimo sfruttare questo momento per far diventare la fruizione dell’esperienza artistica non più un fatto isolato, una reazione alla segregazione di cui abbiamo sofferto, ma una bella abitudine.

Tutti noi addetti ai lavori avremo il compito e la grande responsabilità di lavorare per  intercettare il desiderio di arte e di bellezza e trasformarlo in un piacere costante.

Il nostro obiettivo dovrà essere  quello di sviluppare il gesto liberatorio in un piacere che si rinnova.

Stefano, come credi che sarà possibile realizzare tutto ciò?

Credo che sia necessario innanzitutto rendere più semplice la fruizione dell’esperienza artistica, eliminando al massimo gli adempimenti burocratici che, ad oggi, rendono il percorso di accesso a mostre, musei, monumenti in genere molto “accidentato”. Tutto questo infastidisce e  allontana il pubblico mentre noi dobbiamo cercare invece di avvicinarlo..

Il nostro compito deve essere quello di aprire le porte delle bellezze artistiche divenendo dei facilitatori dell’esperienza.

In Italia siamo molto forti nella tutela, ma non sviluppiamo molto la valorizzazione del patrimonio artistico straordinario che possediamo.

L’Italia ha testimonianze artistiche di ogni periodo, dall’archeologia all’arte contemporanea.

Questa é la cosa che io personalmente trovo fantastica e che deve diventare, a mio modo di vedere, il fattore critico del nostro successo futuro: puntare sulla continuità artistica e la distribuzione sul territorio di capolavori d’arte.

Sino ad oggi si é confuso spesso la valorizzazione con la mercificazione dell’arte, niente di più lontano dalla realtà.

Nel futuro prossimo venturo io sogno mostre che forniscano stimoli polisensoriali.

Che cosa intendi esattamente?

Nella mia visione ad esempio una pala d’altare deve essere fruita insieme alla luce ma anche al  profumo delle candele che le ardono accanto, della musica che accompagna le funzioni religiose. Mi immagino che in questo, naturalmente, la tecnologia ci possa essere d’aiuto, creando un’esperienza a tutto tondo, che coinvolga il pubblico.

Una mostra immersiva, quindi, come quelle che recentemente Milano ha dedicato a Klimt al MuDec o a Van Gogh alla Fabbrica del Vapore o ancora quella della Permanente su Raffaello?

In realtà si tratta di uno scenario diverso.

Le mostre immersive a cui fai riferimento non espongono opere d’arte, oggetti fisici quindi, ma propongono una immersione nell’avventura visiva nel mondo dell’artista.

Si tratta a mio avviso di una via di mezzo tra cinema e mostra d’arte, che forse non ha ancora trovato un suo linguaggio specifico, ma che sicuramente ha il pregio di avvicinare il grande pubblico.

Un esperimento culturale estremamente interessante nella direzione che da anni perseguo: avvicinare il maggior numero di persone possibili all’arte.

Il tema della divulgazione é sempre stata la mia motivazione più profonda, il motivo ultimo delle mie scelte.

Questo è stato molto difficile negli anni 80/90 nei quali ho iniziato la mia carriera.

Si viveva allora un antagonismo tra divulgazione e accademia alla base del quale vi era la presunzione che l’arte fosse riservata ad un élite e che la divulgazione fosse una volgarizzazione dell’arte. Dobbiamo aspettare il 1996 con la mostra Impressionisti e avanguardie da Monet a Picasso Museo Puskin, per distruggere  il muro di impenetrabilità che si era creato. Questa mostra ha rappresentato la linea di faglia tra la  scienza accademica e l’impresa economica di mostre popolari.

Per fortuna oggi le cose sono cambiate, grazie anche al successo di alcuni esperimenti televisivi con professionisti di valore: penso alle trasmissioni dei due Angela, o ancora alla bonomia con la quale Philippe Daverio si é rivolto al  grande pubblico.

Hai accennato agli esordi della tua carriera, raccontaci come é nato in te il desiderio  di dedicare la tua vita professionale all’arte?

I miei genitori mi hanno iniziato a questo mondo fantastico, instillando in me questa passione. Sin da bambino non ho avuto soggezione dei musei, che vedevo allora come delle grandi sale giochi.

Ricordo che adoravo le guide del Touring! Le divoravo come fossero fumetti!

Attraverso le loro descrizioni immaginavo viaggi fantastici…

E tuttavia farne una professione non è stato semplice.

Ricordo ancora il consiglio del  mio professore di lettere alla fine del liceo classico che mi indirizzava senza mezzi termini ad una molto più tranquilla carriera forense relegando la storia dell’arte ad un hobby, con il quale occupare il mio tempo libero.

Quando ho deciso che desideravo occuparmi di storia dell’arte, l’unico indirizzo di laurea possibile era quello in Lettere con indirizzo Storia dell’Arte. La professione stessa di storico dell’arte non esisteva. L’offerta si è molto ramificata oggi, vi sono opzioni diverse, ma purtroppo resta complesso lo sviluppo lavorativo e professionale. Basti pensare che in pieno 2020 ancora non esiste un ordine professionale e un regolamento che disciplini l’operato degli storici…

Solo molto recentemente si è sentita l’esigenza di dare una migliore definizione di questa figura professionale. Una decisione che pur nella sua vaghezza è divenuta oggi indispensabile per creare quel collegamento tra beni culturali e pubblico auspicato da un visionario di nome Giovanni Spadolini che promosse la nascita nel 1974 del Ministero per i beni culturali e ambientali.

Stefano Zucchi evento mediolanum

Curatore di mostre, storico d’arte, scrittore: qual é la vera natura di Stefano Zuffi?

Io credo che l’arte sia parte sostanziale dell’essere umano.

In questo senso per me é stata rivelatoria l’attività svolta in carcere. Non ero io a parlare di arte ai detenuti di San Vittore, io mi limitavo a svolgere un’attività di facilitazione: le opere regalavano a ciascuno di loro risonanze personali. Il valore dell’arte e dell’artista sta proprio in questo parlare al maggior numero di persone.

Non stiamo parlando di una sovrastruttura, ma di un’esigenza connaturata all’essere umano: la necessità di lasciare un segno di sé. Per me prioritario é parlare di arte, e credo importante che qualcuno la interpreti.

Poi viene la mia specializzazione, che é l’arte medioevale e moderna, grazie alla quale ho potuto contribuire alla cura di alcune mostre che hanno riscosso un buon successo, penso a quella  dedicata alla cittadinanza nel periodo natalizio a Palazzo Marino fortemente voluta dal Comune di Milano per la splendida Pala Gozzi di Tiziano, fino all’ultimissima su Divine e Avanguardie, Le donne nell’arte russa a Palazzo Reale.

L’allestimento di una mostra é un’attività entusiasmante. Si tratta di costruire un percorso visivo all’interno di uno spazio architettonico. Trovare un fil rouge, una narrazione, una storia da raccontare. Per farlo si utilizzano tutti gli strumenti tecnologici, prima fra tutte la luce!!

Lo Stefano Zuffi scrittore é invece un orientamento recente.

I personaggi dei miei libri sono sempre artisti, Rembrandt, Durer, Raffaello. Cerco di trasmettere la dimensione umana e quotidiana dell’artista. Desidero togliere l’artista dal piedistallo per restituirlo in tutta la sua umanità, si tratta ancora una volta di un’operazione volta ad avvicinare all’arte il maggior numero di persone.

presentazione Stefano Zuffi

Nei miei libri io racconto di persone normali che hanno fatto cose eccezionali.

In quest’ottica il lavoro preparatorio di documentazione é notevole. Non mi discosto mai dal fatto storico. Centrali sono i momenti magici della realizzazione dell’artista, ma a questi si affiancano aneddoti, eventi che ci restituiscono una fotografia dell’uomo nel proprio tempo.

Nel tuo ultimo libro, però, ”Raffaello non deve morire ” sembri discostarti da questa regola…

Raffaello non deve morire

Durante il lockdown ho tentato di fare dei passi avanti, o direi meglio di lato, nella relazione tra storico dell’arte e narrazione.

La finzione narrativa scatta infatti quando mi discosto dalla ricostruzione vera e propria per ipotizzare alternative possibili.

La domanda a cui voglio dare risposta é: come sarebbe cambiata la storia se…?

Mi sono molto divertito nell’ipotizzare finali diversi di episodi noti, spero che anche i lettori si divertano nel leggermi.

a cura di Maria Mele

 

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