Progetto della fotografa: Anna Dobrovolskaya-Mints

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Somewhere to Swim

Se nel XIX secolo il simbolo del mistero era la casa stregata, dopo la pandemia di SARS-CoV-2 gli spazi pubblici vuoti l’hanno sostituita come simbolo dell’inquietudine del nostro tempo.

Sigmund Freud ha scritto che “il mistero suscita terrore e orrore strisciante”. Quel terrore è in gran parte causato da qualcosa che, un tempo familiare, è cambiato in un modo incommensurabile. Ad esempio: la nostra casa d’infanzia con i mobili di qualcun altro. O vedere tua nonna per la prima volta senza occhiali. O forse una piscina piastrellata di blu. Proprio come quella che abbiamo visitato durante le nostre vacanze, ma stavolta, vuota. Desolata.

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La fotografa Anna Dobrovolskaya-Mints affronta questo fenomeno nel suo studio provocatorio, “Somewhere to Swim”. Eliminando le persone dalle sue fotografie, le sue immagini inquietanti raccontano la storia di una vita un tempo vissuta, ma rapidamente dimenticata. Anna punta l’obiettivo verso gli spazi pubblici vuoti ed espone la breccia nella nostra familiarità. Le sue fotografie costringono lo spettatore a fare i conti con ciò che gli esseri umani lavorano instancabilmente per evitare: che il mondo esiste anche senza di noi.

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Cresciuta nella Russia post-sovietica, la Dobrovolskaya-Mints è vissuta spesso tra due mondi. Suo padre, collezionista d’arte, la circondava di cose belle. La Dobrovolskaya-Mints era al sicuro in casa, ma fuori da quelle mura c’era un Paese in ripresa. Le cicatrici create dall’incertezza del collasso economico erano fresche sulla carne delle infrastrutture. È stato proprio in questo parco giochi di edifici abbandonati che la Dobrovolskaya-Mints ha scoperto per la prima volta l’inquietudine degli spazi privi di vita, rimanendo immediatamente affascinata dal senso di mortalità che perseguitava per sempre gli edifici trascurati.

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Ora, a decenni e centinaia di miglia di distanza, la Dobrovolskaya-Mints si trova nella stanza piastrellata della piscina vuota di un hotel e ritrova la nostalgia nel vuoto. Fissa negli occhi l’inquietudine e non può evitare di raccontarla. Durante i mesi di lockdown, quando il Covid ci ha imprigionato nelle nostre case, ha viaggiato per l’Inghilterra in cerca di speranza e invece ha trovato una prospettiva nel vuoto.

Mentre il mondo distoglie gli occhi dall’impatto economico ed emotivo della pandemia, la macchina fotografica di Dobrovolskaya-Mints sfida lo spettatore a non abbassare lo sguardo. Le piscine degli hotel ritratte in ogni fotografia dovrebbero essere piene di vita, ma invece sono unite solo dall’assenza di umanità. C’è qualcosa di distopico nella loro immobilità; è qui che veniamo per rilassarci, ricaricarci, divertirci. Le piastrelle blu e gli alti soffitti sono immutati rispetto alle vacanze dei tempi passati, eppure sembra in qualche modo impossibile immaginare di esistere in questo spazio.

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La visione di Dobrovolskaya-Mint è unificante nel suo approccio critico; il suo distacco tradisce il segreto che la bellezza può esistere solo quando c’è qualcuno a percepirla. Le immagini non discriminano tra background economici, si applica lo stesso approccio ai motel economici lungo la strada e agli hotel di lusso. In molti modi, la pandemia costringe le persone a fermarsi a riflettere sulla verità: il bisogno è sempre doloroso, anche quando è placcato in oro. Le piscine rappresentano la verità più difficile da riconoscere: preferiremmo guardare scene di violenza che un mondo senza capitale economico.

“Somewhere to Swim”, è il primo progetto di Dobrovolskaya-Mints ambientato in uno sfondo urbano. L’isolamento e la quiete negli spazi normalmente affollati spostano l’obiettivo lontano dalla vita e verso ciò che esiste oltre il reale. Il suo obiettivo cattura il terrore che proviamo quando siamo costretti a guardare il mondo senza di noi, e la pandemia dovrebbe servire a ricordare che senza le persone, la ricchezza che abbiamo accumulato è inutile quanto una piscina piena di attrezzature per ufficio.

L’energia non è illimitata; si esaurisce più velocemente di quanto non si ottenga e l’umanità è dipendente dal movimento. Il rumore ci intorpidisce davanti alla realtà delle azioni che temiamo di dover affrontare. Non c’è da stupirsi che la superficie immobile dell’acqua in una piscina vuota sia l’ultimo promemoria che tutto è cambiato.

Infrastrutture e produttività possono aver messo occhiali rosa sui nostri volti, ma la misteriosa foschia che perseguita le linee nette e gli spigoli vivi di Dobrovolskaya-Mints rifocalizza lo sguardo nel nuovo mondo. Un mondo in cui non abbiamo altra scelta che tenere nelle nostre mani l’inevitabile decadimento della terra.

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Zero F*cks Given

Mostra alla Galleria Photobastei 31.10 – 22.11.2019, Zurigo, Svizzera

Dedicato all’idea di esclusione interna e alla concentrazione sui fenomeni della realtà esterna oggettiva.

Nella mente dell’autrice, per questo progetto la priorità era la ricerca di strumenti e metodologie creative intrinsecamente in grado di riflettere il suo impegno per l’evasione filosofica riflessa nel nome stesso del progetto, il cui obiettivo principale è spostare l’attenzione da uno spazio di informazioni virtuali a quello degli oggetti concreti e dei fenomeni che emanano dal mondo reale, materiale. La fotografia digitale consente ampie possibilità di realizzare un discorso filosofico interno e, come tale, è diventata lo strumento privilegiato per realizzare gli obiettivi dichiarati del progetto.

Il costante lavoro di Anna sulla sua tematica preferita

Anna non ha mai smesso di lavorare su uno dei suoi temi preferiti: l’astrofotografia. Fotografa eventi spaziali come ingorghi di satelliti, aurora boreale, piogge di meteoriti, temporali in alta montagna, startrail, comete che si avvicinano alla Terra e molto altro.

Curatore: Cheryl Newman